Donne: il prezzo da pagare per essere madre. Dal lavoro alla ricchezza finanziaria

Lifestyle | 6 min

13 Mag 2024

By redazione Gimme5

Diventare madre in Italia è un lusso che ci si può permettere sempre meno, come confermano gli ultimi dati Istat, che dipingono il quadro di una vera e propria emergenza demografica.

Il nostro è l’ultimo Paese in Europa per tasso di fertilità, con 1,2 figli per donna e un totale di appena 379mila nuovi nati nel 2023, in calo del 3,6% rispetto al 2022 e del 34,2% rispetto al 2008, ultimo anno in cui si è registrato un aumento delle nascite su base nazionale.

 

Mantenere un figlio costa caro

In Italia si nasce sempre meno e si diventa madre sempre più tardi: nel 2023 l’età media al parto è salita a 32,5 anni, rispetto ai 32,4 del 2022 .

Si tende a rimandare o addirittura accantonare l’idea di diventare genitori soprattutto per ragioni economiche: nella sua relazione annuale, Bankitalia stima che nel periodo 2017-2020 mantenere ciascun figlio sia pesato sul bilancio delle famiglie una media di 640 euro al mese, cifra che, moltiplicata per i 18 anni necessari al raggiungimento della maggiore età, si traduce in oltre 138.000 euro, il doppio rispetto alla media dei Paesi Ocse.

Una spesa salata che necessità di un gruzzoletto da parte e una pianificazione accorta, ad esempio, attivando un PAC per i figli.

 

L’assenza di un sistema di supporto

Se ai costi elevati si aggiunge l’assenza di un sistema adeguato di welfare aziendale e asili nido, appare chiaro come il prezzo di essere madre per molte sia insostenibile.

La capienza degli asili arriva infatti a coprire solo il 27% della domanda (contro una media europea del 35,3%), mentre il congedo di paternità in Italia dura solo 10 giorni, contro i 28 della Francia e il record di 14 mesi della Germania.

 

Il prezzo più caro lo paga la madre

Va da sé che rinunciare al lavoro per molte madri è una strada obbligata: la cura della famiglia è la prima causa di abbandono dell’impiego per le italiane (52%).

Il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni passa dal 76,6% in assenza di figli al 55,5% in presenza di un figlio sotto i sei anni.

Il quadro complessivo è allarmante: non solo le donne occupate in Italia sono 9,5 milioni, contro i 13 milioni degli uomini, ma il lavoro femminile appare in larga parte precario, part-time (per il 49% delle donne contro il 26,2% degli uomini) e poco remunerativo.

Il gap retributivo medio del 5% su base oraria e del 43% su base annuale, pari a una differenza di 7.922 euro in termini di salario medio annuale rispetto ai lavoratori uomini.

 

Madre, gender gap e finanza

È del tutto naturale, dunque, che costi elevati, precarietà lavorativa e disequilibri nella ripartizione delle incombenze domestiche abbiano ripercussioni evidenti sulla ricchezza finanziaria femminile.

Lo conferma l’analisi di Gimme5 che, indagando la situazione dei propri utenti, evidenzia come le donne restino in minoranza (16% degli utenti attivi), nonostante siano cresciute del 19% nell’ultimo anno, e come i loro salvadanai digitali siano mediamente più piccoli (-7%) rispetto a quelli dei clienti uomini.

 

Determinate e amanti dell’avventura: il ritratto delle risparmiatrici italiane

Mentre quasi il 50% degli uomini ha cominciato a risparmiare su Gimme5 prima dei 30 anni, le donne under 30 in app sono solo il 35%, probabilmente per via della maggiore stabilità finanziaria che si acquisisce con il passare del tempo.

Inoltre, rispetto agli obiettivi, le donne dimostrano di avere le idee più chiare: il risparmio generico, svincolato dal raggiungimento di un obiettivo preciso, è scelto nel 7% in meno dei casi tra le donne rispetto agli uomini.

Si nota poi come le utenti di Gimme5 risparmiano soprattutto per viaggiare (27%) e, rispetto agli uomini, sono più propense a fare economia per la casa (13% contro 9%).

 

Donne, più prudenti nell’investire

Per quanto riguarda l’orizzonte temporale, quello delle donne è inferiore del 20% rispetto a quello degli uomini.

Rispetto alla propensione al rischio, invece, le donne si approcciano con cautela al mondo degli investimenti: solo il 9,4% delle clienti opta per l’investimento in fondi comuni a prevalenza azionaria, contro il 15,7% degli uomini, mentre il 57,7% sceglie di investire nell’obbligazionario, contro il 42,4% degli uomini.

In linea generale, le clienti sono più inclini a porsi obiettivi ambiziosi e più determinate a raggiungerli (+5%) rispetto agli uomini, anche nel caso in cui dovesse servire più tempo. Si dimostrano però meno propense ad attivare automatismi per risparmiare con costanza (68% contro 71% degli uomini).

 

Fonti: Istat, Report su natalità e fecondità della popolazione residente, 2022; Will Italia; Dossier sull’occupazione femminile, Servizio Studi della Camera. Rapporto Istat SDGs 2023; Osservatorio INPS sui lavoratori dipendenti del settore privato.

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