La pensione è una questione da giovani

By redazione Gimme5

Sono nati tra il 1981 e il 1996 e quest’anno hanno dai 25 ai 40 anni: sono l’esercito dei Millennials che in Italia sono oltre 8,5 milioni di persone (dati Istat). Una generazione destinata a qualche incertezza in più e un po’ di ricchezza in meno rispetto ai propri genitori. Di certo la crisi finanziaria del 2008 e il brutto colpo della pandemia non hanno aiutato. Secondo Banca d’Italia, infatti, tra marzo 2020 e marzo 2021, la componete dell’occupazione a tempo determinato è calata del 5,7% rispetto all’anno precedente, con ripercussioni maggiori proprio sui giovani (-8% nella fascia 15-34 anni).

Eppure i Millennials italiani sono più istruiti dei genitori (il 76,2% dei 25-34enni ha almeno il diploma, rispetto al 57,7% dei 45-54enni) anche se non allo stesso livello del resto d’Europa (la quota di laureati è del 27%, penultima in Europa). Tuttavia, secondo l’Istat, nonostante il numero limitato, i giovani laureati hanno comunque poche possibilità di lavoro: la quota degli occupati di 30-34enni laureati è quasi dell’80% contro la media europea dell’87,7%. L’Italia ha anche un altro triste primato, ovvero, il maggior numero di giovani 15-29enni che non lavora e non studia: i Neet (Neither in Employment or in Education or Training) sono 2,1 milioni, il 23,3% secondo l’Eurostat.

Ecco che con il protrarsi dell’incertezza economia e la difficoltà a trovare un lavoro stabile, le prospettive di vita diventano anch’esse meno chiare: dalla casa di proprietà, fino alla pensione. Proprio su quest’ultima si pone un’ulteriore aggravante: tutti i Millennials andranno in pensione con il metodo contributivo puro, secondo cui l’assegno pubblico sarà proporzionato ai contributi versati. È evidente quindi che carriere discontinue e periodi di inattività avranno ricadute dirette sul futuro tenore di vita dei giovani e che affidarsi al singolo assegno pubblico non potrà bastare.

A tal fine, risulta fondamentale che i giovani attivino delle forme di previdenza complementare. Essa rappresenta il secondo pilastro del sistema pensionistico italiano e ha come scopo quello di integrare la previdenza di base obbligatoria (di primo pilastro), fornendo una tutela pensionistica aggiuntiva. La previdenza complementare si basa su un sistema di finanziamento a “capitalizzazione”. In altre parole – a differenza della previdenza obbligatoria a “ripartizione” in cui i contributi dei lavoratori servono a pagare gli assegni dei pensionati – i versamenti di ciascun lavoratore vengono investiti dal fondo di previdenza sul mercato finanziario, allo scopo di generare dei rendimenti per beneficiare, al termine della vita lavorativa, di una pensione integrativa. La Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (Covip), che ha il compito di vigilare questo processo, ha recentemente pubblicato la Relazione annuale sulla sua attività nel 2020, mostrando una situazione non di certo ottimale.

Genere, età e aree geografiche: ecco le differenze

Dalla Relazione del Covip emerge come alla fine del 2020 il sistema di previdenza complementare conta 8,4 milioni di iscritti in Italia, il 2,2% in più rispetto all’anno precedente, che rappresentano sono il 33% delle forze di lavoro. Per quanto riguarda il genere, si riscontra come continui a persistere un marcato gender gap: gli uomini sono il 61,7% degli iscritti e rispetto alle forze di lavoro, il tasso di partecipazione delle donne è pari al 29,7% contro il 35,5% degli uomini. Un riflesso, in primis, della minore partecipazione femminile al mondo del lavoro (il tasso di attività delle donne nella fascia 15-64 anni è in media del 54,7% contro il 73,5% degli uomini). Allo stesso tempo, però, anche quando sono coinvolte nel mondo del lavoro, le donne partecipano alla previdenza complementare con una propensione del 17% in meno degli uomini a causa, tra le altre, dei divari salariali e di carriere più discontinue.

Per quanto riguarda l’età degli iscritti, emerge una situazione poco rassicurante per i giovani. In particolare, si riscontra un forte gap generazionale, in quanto a prevalere sono soprattutto le fasce intermedie e prossime alla pensione: il 51,6% degli iscritti ha un’età compresa tra i 35 e i 54 anni, il 31% ha almeno 55 anni, una situazione dovuta ragionevolmente dalla minore partecipazione dei giovani al mondo del lavoro (la fascia 25-34enni registra un tasso di partecipazione inferiore dell’11% rispetto ai 35-44enni). Tuttavia, anche quando iniziano a lavorare, i soggetti under 35 aderiscono alla previdenza complementare solamente nel 22,7% dei casi, inferiore di quasi un terzo a quella delle fasce di età centrali (35-54 anni). A questo si aggiunge anche una contribuzione annuale dei giovani inferiore di quasi la metà rispetto alle fasce più anziane.

Non mancano le differenze sul piano dell’area geografica di residenza. Nel Nord Italia si registra il maggior numero di iscritti (57%) e anche considerando le forze di lavoro, si riscontrano tassi di partecipazione più elevati (in media tra il 35 e il 40%). Anche i versamenti sono maggiori in queste aree, superando i 2.500 euro all’anno in media, in alcuni casi anche doppi rispetto a gran parte delle regioni del Mezzogiorno.

La raccolta nel 2020

Entrando più nel dettaglio dei numeri, le forme pensionistiche complementari hanno raccolto 198 miliardi nel 2020, il 6,7% in più rispetto all’anno precedente, una somma pari al 4,1% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.

Nel corso dell’anno sono stati incassati 16,5 miliardi di contributi che, per singolo iscritto, ammontano mediamente a 2.740 euro: un quarto degli iscritti contribuisce con meno di 1.000 euro, il 14,6% versa tra 1.000 e 2.000 euro e il 10,6% tra 2.000 e 3.000 euro. Tuttavia 2,3 milioni di iscritti (27,4%) non hanno effettuato alcun versamento nel corso 2020 – 136.000 in più rispetto all’anno precedente – e circa 1 milione non versa contributi da almeno 5 anni.

Come vengono investiti i versamenti

Analizzando l’allocazione degli investimenti effettuati dai fondi pensione, si nota come prevalga in larga misura l’investimento in obbligazioni governative e altri titoli di debito (per il 56,1% del patrimonio). Solo il 19,6% sono investiti in azioni (titoli di capitale).

Considerando l’ampio arco temporale che anticipa, in particolare per i giovani, il momento in cui si usufruirà della rendita della pensione integrativa, risulta evidente l’inadeguatezza di forme di investimento a basso rischio, che comportano però anche rendimenti potenziali molto più contenuti rispetto a un investimento azionario. Lo stesso Presidente del Covip, nel commento rilasciato con la pubblicazione della Relazione, suggerisce l’adozione di un principio di graduale riduzione del rischio, con rischi e rendimenti più elevati all’inizio del percorso e più bassi man mano che ci si avvicina alla pensione.

La pensione è una questione da giovani

Come abbiamo potuto constatare, la pensione pubblica non sarà sufficiente a garantire un buon tenore di vita per i Millennials (abbiamo analizzato nel dettaglio tutte le cause in questo articolo). Tuttavia, ancora pochi giovani aderiscono a forme di previdenza complementare, forse disincentivati da percorsi lavorativi disconnessi e precari.

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Quanto bisognerebbe mettere da parte per la pensione?

Mauricio Soto, economista del dipartimento degli Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale, attraverso alcune simulazioni suggerisce che se i nati dopo il 1990 mettessero da parte il 10% dei guadagni ogni anno, riuscirebbero a colmare metà del divario nel tasso di sostituzione – il rapporto tra la prima rata di pensione e l’ultimo stipendio – rispetto ai pensionati di oggi. Per riuscire a chiudere questo gap, occorreranno altri 5 anni di lavoro, sorpassando così la soglia dei 70 anni per la pensione di vecchiaia.  Risparmiare per integrare la propria pensione, ancora una volta, viene confermata come un’azione necessaria da iniziare con largo anticipo.

 

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